La Città e i bagni caldi

Dal mare al monte il tragitto è breve e la cittadina (meritando il primigenio nome “Al madarig”, tutta scale, che le dettero gli arabi) si arrampica velocemente fino alla strada nazionale che è ormai la circonvallazione.

A pochi chilometri dalla città, procedendo sulla strada chiamata Ponte Bagni, vi sono alcune sorgenti d’acqua calda sulfurea dalle qualità curative erigeneranti rinomate fin dall’antichità;
secondo alcuni il flusso e la temperatura dell’acqua aumentano in corrispondenza con l’attività eruttiva del lontano Etna.

Lungo il corso d’acqua che si è formato, alcune località consentono i bagni caldi in piccole anse rocciose e laghetti dov’è suggestivo immergersi particolarmente nelle notti di luna. In alcuni rideri si possono intravedere i resti di un castello arabo, chiamato “Calatha-Met” cioè Castello dei bagni, che si ritiene fosse più grande e imponente dello stesso castello di Castellammare.

Coste, Torri e Tonnare

A Castellammare hanno fine con la Plaja dalla finissima sabbia, le bianche spiagge che incorniciano il golfo per decine di chilometri fin da Terrasini. Subito dopo l’insenatura del porto le acque divengono profonde e la costa alta, frastagliata e adorna di cale.

Oltre la punta a Nord, chamata La Porta, forata da passaggi percorribili con piccole imbarcazioni, altissime grotte accolgono il mare. Lì c’è il golfetto di Cala Bianca, ancora immacolato, con le sue rientranze e le piccole spiagge che precedono il seno di Guidaloca. Si è ormai nei pressi di Scopello.

Appollaiata su un alto cocuzzolo che sovrasta l’antico borgo, si erge la torre Bennistra o meglio quanto ne resta pericolante e in procinto di crollare del tutto. Per la sua posizione poteva osservare l’intero golfo ed avvisare per tempo tutta la valle dell’insorgere di un pericolo, fino a pochi anni fa quei ruderi erano luogo di falchi e poiane che erano soliti portarvi le prede da divorare.

Oggi nugoli di taccole schiamazzanti sembrano anticiparne l’imminente fine. Se dalla torre Bennistra si tira una riga con lo sguardo passando sopra il baglio di Scopello, si raggiunge la Tonnara, i faraglioni che si specchiano nella rada, le torri.

La Tonnara, antichissima fabbrica le cui origini si fan risalire alla città di Cetarea, porta nelle forme della costruzione la somma dei segni delle tecniche di coloro che si avvicendarono nei secoli. La sua attività è cessata solo da pochi anni ma v’è ancora,fra i numerosi proprietari, chi spera che le reti possano ancora essere calate.

Nei capaci magazzini, sotto gli archi acuti, giacciono ancora efficenti le grandi imbarcazioni nere, le muciare, i paliscarmi e tutti gli attrezzi necessari alla grande macchina da pesca. A guardia della Tonnara nel 1200 fu eretta una torre. Abbarbicata in cima ad un faraglione terrestre dovette essere un ostacolo assai duro per le ciurme corsare. Fù tuttavia distrutta ed oggi se ne può a stento immaginarne la forma e l’altezza.

Un’altra torre, ben più grande, cinquecentesca, domina faraglioni ed edifici da una rupe quasi a picco sul mare. E’ torre Scopello, chiamata anche Doria, imponente nella sua struttura quadrangolare tipica dell’architetto Camilliani che la progettò. E’ in perfetto stato di conservazione grazie anche ai restauri compiuti dalla famiglia che la possiede.

Per incontrare un’altra torre bisogna procedere lungo la costa fin oltre lo Zingaro, oltrepassando prima un litorale reso irriconoscibile da un tappeto di costruzioni residenziali. All’Uzzo o Guzzo una torre sorge a due passi dalla spiaggetta, attorniata da piccole, vecchie case. A pianta circolare molto estesa, doveva essere altissima. Oggi è tronca.

Il marchese di Villabianca, descrivendola nel 1700 nei suoi opuscoli, ricorda che vi era custodita una scala di corda di sessanta gradini, utilizzata per mettere in salvo torrieri e contadini in caso di attacchi di pirati. Probabilmente nacque come tonnara, per divenire poi guardiana della Tonnarella dell’Uzzo, costruita al di sopra di una spiaggia con cui si chiude il golfetto.

Circa un chilometro a Nord c’è Torre Impiso che si erge imperiosa sulla costa ripida, irta di scogliere che porta il segno indelebile della strada che giunge da San Vito. Il suo nome è misterioso e trae probabilmente origine più che da un impiccato, come verrebbe spontaneo pensare, dal fatto che essendo costruita su una forte pendenza sembra sporgere, appesa,
sulle rocce. Dalla sua terrazza si può godere della vista del golfo e della costa di levante e di ponente.

Oltre la punta, proseguendo sulla strada o meglio per mare, si incontra la splendida insenatura sel Firriato, nota per la pescosità delle acque che nascondono diversi relitti di navi. Di fronte, a un paio di miglia, si stende la bianca fabbrica erosa dal vento della Tonnara del Secco, che calava le reti ancor meno di ventìanni fa. Il golfo di Castellammare si chiude; in fondo, adagiata fra monte Monaco e le bianche spiagge, San Vito Lo Capo adesca con successo i turisti.

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