Andare allo Zingaro e non vedere la grotta dell’Uzzo è come andare in un antica città e non visitarne il monumento più importante. Si tratta infatti di un vero monumento naturale dove i progenitori dell’uomo hanno segnato nei millenni le testimonianze della loro presenza ed evoluzione.

Le pareti del grande anfratto naturale, tana primordiale, portano ancora la traccia di fuochi accesi diecimila anni fà e lì, davanti alla grande apertura, stanno le ossa dell’uomo che li accese, frammiste ai resti delle prede, i cervi, gli orsi, i cinghiali, vestigia fossili della gran profusione di selvatici che popolavano le foreste.

Oggi le tracce lasciate dagli armenti sono i segni più avvertibili dell’uso consueto che fa l’uomo della grotta. Ma questa non ne resta svilita. Le usanze dei pastori alimentano anzi pacifiche tradizioni sulle quali aleggiano reminiscienza leggendarie che narrano di affannose fughe all’apparire delle vele dei pirati saraceni o di bivacchi di briganti.

Nel medioevo, la grotta dell’Uzzo, ora asilo di colombi e pipistrelli, fu soprattutto rifugio, grotta di salvataggio. In brani di antichi documenti si trovano riferimenti ad una scala di corda da venti pioli che pendeva da un alto anfratto della volta. Una volta ritirata assicurava vita e libertà a innocenti e malfattori. Di questa leggendaria scala parlano ancora i vecchi e qualcuno assicura d’averla vista sino a pochi decenni or sono.

Alla grotta dell’Uzzo si giunge con estrema facilità. Provenendo da Scopello il tragitto è più lungo ma è il piacevole sentiero, superata la valle dello Zingaro, a portare alla cavità che si apre inaspettata a sinistra del visitatore. Per chi invece proviene da San Vito l’apertura nella roccia si manifesta a chilometri di distanza ed è suggestivo vederla ngrandire ad ogni passo.

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